L’eredità di uno sviluppo territoriale 53 anni dopo il terremoto del Belice

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio la terra trema nel Belice. É il primo evento sismico dell’Italia repubblicana e lo Stato si trova del tutto impreparato a gestire una catastrofe del genere: non esiste alcun dipartimento destinato alle azioni di intervento immediato. L’unico impegno concreto è fornire un passaporto ed un biglietto per partire e raggiungere qualunque destinazione nel mondo, lontani dal Belice, lontani dalle macerie. Partono circa 30 mila persone e per molti sarà un viaggio a vuoto non troveranno le basi per ricostruire una nuova vita.

Nelle zone terremotate, le case sgretolate in polvere raccontano una storia di povertà che si riflette anche nei materiali per la fabbricazione. Il Belice é interamente da ricostruire e nel frattempo e lo Stato non ha mezzi e protocolli per farlo nell’immediato: gli sfollati  vengono tenuti per più di un anno nelle tendopoli.

La popolazione capisce che deve riorganizzarsi da sola.

La riflessione collettiva non era un processo nuovo per la gente del Belice dove già diversi comitati territoriali afferenti al “Centro Studi e iniziative per la piena occupazione” di Partinico – di cui Lorenzo Barbera, sociologo e animatore, sarà vicepresidente dal ‘60 al ‘69 – erano impegnati nel definire strategie di sviluppo.

Così, mentre Presidente della Repubblica e ministri calavano dal cielo sui resti delle case portando con sé false promesse e rassicurazioni, gli abitanti costituivano comitati popolari e assemblee in lotta per i propri diritti: una grande operazione di pianificazione partecipata che non lasciava spazio solo a richieste legate all’assistenzialismo ma ad un piano di sviluppo territoriale con richieste specifiche. “Non partiamo, restiamo qui a ricostruire” fu la decisione che mise fine alla fuga verso l’estero di intere famiglie. Un fare deciso che portò non solo al Giudizio popolare di Roccamena, il processo (simbolico) all’immobilismo dello Stato e dei suoi rappresentanti rimasto negli annali della giurisprudenza, ma soprattutto iniziative che furono le controrisposte al modo in cui fino ad allora si stava gestendo l’emergenza: “tre chiodi”, tre punti da battere e ribattere, tre richieste martellanti da avanzare sistematicamente al governo attraverso le proteste, le azioni simboliche, le marce, i comunicati stampa: 1) il governo è inadatto, incapace e fuorilegge; Non si pagano più tasse fino a quando non si avvia la ricostruzione; 3) Serve un piano di sopravvivenza realizzato da un ente efficiente.

Dopo una prima vittoria raggiunta con la legge speciale che assolverà le popolazioni terremotate dal pagamento delle tasse, nel 1970 Lorenzo Barbera guida a Roma mille terremotati organizzati nel comitato anti-leva  per rivendicare le necessità dei giovani del Belice di poter rinunciare all’obbligo militare. Nascerà la prima legge sull’obiezione di coscienza approvata grazie alla pressione dei Comitati del Belice e di tutta l’opinione pubblica nazionale. Parte un lento processo di ricostruzione al quale si affianca una sempre più solida attività di analisi e studio del territorio: nasce il Centro Studi Valle del Belice, con sede a Partanna. E’ proprio da questa esperienza che nasce il CRESM, un luogo che, immagazzinando gli approcci ed i metodi che hanno fatto scuola negli anni della ricostruzione del Belice, diventa centro di riflessione, analisi per gli animatori sociali di tutta italia interessati al Meridione.

L’eredità di quella missione, ancora oggi, continua.

Archivio di Belice/EpiCentro della Memoria Viva_ Gibellina, Bruna Amico forografa (1970)



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